Ciclo idrico: il Sud ancora al palo

Cresce il divario tra Nord e Sud del paese anche sul fronte della gestione del ciclo idrico. È quanto emerge dai primi dati che saranno pubblicati sul Blue Book 2019, lo studio annuale sullo stato di salute dei nostri acquedotti e delle nostre reti promosso da Utilitalia, la federazione delle imprese idriche energetiche e ambientali. Dati rivelati dal presidente della Federazione e presidente di A2A, Giovanni Valotti, che tracciano il quadro di un paese diviso in due, con un Sud dove in questi anni si è investito poco in infrastrutture idriche, manutenzione e nel campo della depurazione e un Settentrione che presenta una situazione decisamente migliore, sebbene anche qui ci sia ancora da fare.

Il risultato di questo andamento è evidente dai numeri sulle perdite di reti: «le condutture idriche nelle isole e nel sud Italia fanno acqua da tutte le parti. Ci sono aree con picchi di perdite anche del 50%», ha sottolineato Valotti.

Altro dato preoccupante la mancata aggregazione dei piccoli gestori, anche in questo caso con immediati riflessi sul livello degli investimenti. «Ci sono circa 2.000 comuni che gestiscono da soli l’acqua e investono appena 4 euro annui per abitante nella rete idrica. Questi si trovano in prevalenza da Roma in giù. Nel 2017, invece, l’investimento per abitante in Italia era in media di 39 euro annui», ha precisato il presidente. Un valore, anche quest’ultimo, che resta comunque basso. Secondo la Federazione infatti «l’ideale sarebbe investire sugli 83 euro per abitante annui, corrispondenti a circa 5 miliardi all’anno. Da un triennio a questa parte, invece, ne investiamo 2 di miliardi».

Risorse indispensabili per ammodernare un parco di infrastrutture per anni gravemente trascurato dove si è intervenuti solo per tamponare le emergenze e con circa il 60% delle reti posate oltre 30 anni fa, con il 25% di queste che supera i 50 anni.

Situazione che ha avuto un miglioramento con la nascita della prima Autorità Di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA), alla quale va anche il merito di aver dato slancio agli investimenti, passati dai 500 milioni di euro annui fino al 2009 a un miliardo e poi a 2. Incremento degli investimenti che ha fatto crescere il costo della bolletta, per il meccanismo del full cost recovery, che nell’ultimo quadriennio ha visto finanziare gli investimenti per il 76,6% dalle tariffe pagate dai cittadini e per il restante 23,4% da contributi e finanziamenti pubblici.

Tuttavia, anche il livello delle tariffe andrebbe rivisto, in quanto il costo dell’acqua in Italia è ancora assolutamente troppo basso: a fronte di 1,35 dollari a metro cubo pagati a Roma, si spendono 6,03 dollari a Berlino, 5,06 dollari a Oslo, 3,91 dollari a Parigi e 3,66 dollari a Londra. Pur tenendo conto delle fasce deboli, ai quali si dovrebbero dare dei bonus-acqua, secondo Utilitalia è inevitabile che il prezzo di questo bene primario debba crescere. «Anche perché se non aumentiamo gli investimenti c’è il rischio che comunque si finisca per pagare di più in bolletta per via delle sanzioni europee per chi non è a norma per esempio con i depuratori, come appena accaduto all’inizio di marzo quando è arrivato l’ultimo deferimento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea dell’Italia per il mancato adeguamento delle norme sulle acque reflue».


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