Utilitalia: investimenti per 7,2 miliardi di euro per fronteggiare i cambiamenti climatici

7,2 miliardi di euro. È il monte di investimenti indispensabile per garantire nei prossimi anni un approvvigionamento sicuro di acqua potabile, approvvigionamento messo a rischio da fenomeni climatici imprevisti sempre più frequenti. A dirlo è Utilitalia, la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche, nel report Manuale della Siccità, presentato in occasione della Giornata mondiale dell’acqua 2020.

Per Utilitalia bisogna investire soprattutto al Sud

Investimenti che dovrebbero essere impegnati in gran parte nel Meridione e nelle isole, 3,9 miliardi, dove è più forte è l’effetto della siccità e meno solida la rete infrastrutturale. Segue il Centro, con 1,9 miliardi, e infine il Nord, con 1,3 miliardi. Secondo lo studio, nel complesso sono 734 gli interventi infrastrutturali che andrebbero realizzati per contrastare i fenomeni di carenza idrica, pari a 50 euro per abitante l’anno per un periodo di 4 anni. Opere quali la costruzione di nuovi serbatoi, approvvigionamenti, interconnessioni tra acquedotti, ma anche progetti per il riutilizzo delle acque reflue, oltre a interventi per la riduzione delle dispersioni.

È in linea con questi intenti la gran parte degli investimenti pianificati dai gestori, che per il 75% sono destinati a interventi per la costruzione di collegamenti di schemi idrici (3,1 miliardi) e per la riduzione delle dispersioni (2,3 miliardi). Seguono gli investimenti per nuovi approvvigionamenti (606 milioni), per serbatoi e invasi (359 milioni), per dissalatori (202 milioni) e per il riuso delle acque reflue (43 milioni). Il report sottolinea come la loro realizzazione comporterebbe una maggiore quantità di acqua disponibile, tra acqua recuperata o prodotta in più, stimata in 1,7 miliardi di mc/anno.

Più del 60% delle infrastrutture ha oltre 30 anni: il rinnovo è necessario

Lo studio non dimentica gli elementi di criticità riguardo lo stato delle infrastrutture, a partire dal livello di perdite superiore al 42%, legate in prevalenza alla vetustà di reti e impianti. Il 60% delle infrastrutture idriche ha oltre 30 anni di età, percentuale che arriva al 70% nei grandi centri urbani, con il 25% che supera i 50 anni (arrivando al 40% nei grandi centri urbani). Il tutto a fronte di investimenti realizzati dagli operatori industriali saliti fino a 44 euro annui per abitante, cifra che però dovrebbe salire a 80 euro per consentire al nostro Paese di raggiungere i migliori standard europei. Non a caso, al momento, il tasso nazionale di rinnovo della rete si attesta a 3,8 metri per chilometro, che vuol dire che al livello attuale di investimenti occorrerebbero 250 anni per sostituire l’intera rete.

Il contrasto alla siccità passa dal settore agricolo

Tra le soluzioni più efficaci, e che dovrebbero diventare strutturali, per compensare i periodi di siccità il riuso di acque depurate in agricoltura, in particolare quando il problema riguarda l’approvvigionamento da acque superficiali esposte al caldo e in generale ai cambiamenti climatici. È questa infatti una risorsa ancora tutta da sfruttare, considerando che in Europa ogni anno vengono “trattati” nei depuratori più di 40 miliardi di metri cubi di acque reflue, ma solo 964 milioni ne vengono “riusati”. Ancora peggiore la situazione in Italia, dove il tasso di riuso è pari solo al 2%. Un ritardo legato al mancato recepimento della direttiva UE e quindi alle prescrizioni contenute dal DM 185/2003 che impone limiti molto restrittivi al riuso dei reflui depurati, quando, è il parere della Federazione, a queste acque andrebbero applicati gli stessi principi dell’economia circolare per ottenere effetti virtuosi.

All’Italia serve una semplificazione normativa per facilitare la attuazione del Green New Deal

Nel complesso per Utilitalia è necessario ragionare su una riorganizzazione del settore idrico che parta dalla consapevolezza dell’importante sviluppo del servizio per i cittadini registrato in alcune aree del Paese, grazie alla presenza di operatori industriali qualificati. Un tema che riguarda in particolare il Sud, per il quale serve un grande piano che favorisca l’aggregazione delle imprese pubbliche esistenti sul territorio, per attrarre i privati e le grandi utility del Centro-Nord nel capitale e nello sviluppo dei progetti. «L’acqua può diventare un elemento trainante del Green New Deal, ma per fare questo è imprescindibile riuscire a portare il Mezzogiorno ai livelli di efficienza e di investimenti del resto del Paese – sottolinea Giovanni Valotti, presidente di Utilitalia -. Dare concretezza al “patto verde” è tra le nostre priorità e ciò sarà possibile con un’azione congiunta con il Governo, cui non si chiedono fondi ma semplificazione normativa e azioni per supportare gestioni più efficienti dei servizi: gran parte di quei 30 miliardi (la cifra alla quale potrebbero arrivare gli investimenti delle utility nei prossimi 5 anni secondo i calcoli della Federazione, e che comprende i 7,2 miliardi necessari a fronteggiare la siccità, ndr) già figura nei piani industriali delle nostre aziende e sarebbe paradossale che si bloccassero a causa di ostacoli burocratici che paralizzano l’intero comparto infrastrutturale».


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